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23 Il Natale dei poveri
Da: Mattutino Gianfranco Ravasi


Oggi siamo seduti, alla vigilia / di Natale, noi, gente misera, / in una gelida stanzetta, / il vento corre di fuori, / il vento entra. / Vieni, buon Signore Gesù, da noi, / volgi lo sguardo: / perché Tu ci sei davvero necessario.Alle soglie ormai del Natale del Signore abbiamo voluto suggerire ai nostri lettori questa breve lirica intitolata « Alla vigila di Natale».

Ci  si sorprenderà a sentire II nome dell'autore: Bertolt Brecht, il celebre drammaturgo tedesco considerato espressione di un marxismo forse utopico ma spesso decisamente ostile alla religione. In realtà nelle sue Poesie - che raccolgono composizioni degli anni 1918-1933 (ed. Einaudi) - come negli stessi famosissimi drammi, non di rado affiorano fremiti di spiritualità, provocazioni interiori e, sia pure velati di ironia quasi autodifensiva, spunti di fede e di amore.
È il caso di questi versi che dipingono il Natale della gente misera, di quei poveri che saranno sempre con noi, secondo il notissimo detto di Gesù. Infatti, anche in questo Natale avvolto di luci al neon sguaiate, di commerci incartati col sentimentalismo, di gesti tradizionali troppo superficiali e privi d'anima c'è un emarginato per ogni strada, c'è un uomo solo «in una gelida stanzetta», c'è chi non può condividere nessuna speranza. A chi è colmo di cose e di parole Cristo non è necessario, è solo un ornamento delicato e persino superfluo, è forse solo il residuato di un'infanzia tenera ma ormai scolorita. Cristo è necessario, invece, come ci ricorda Brecht, per i poveri. Innanzitutto per i miseri che in questi giorni vedono aprirsi solo le chiese per avere un conforto e un aiuto e non certo le porte blindate dei ricchi appartamenti.

Ma soprattutto Cristo è necessario per coloro che hanno il cuore sgombro da vizi, possesso, orgoglio e sentono il bisogno di amore, di infinito, di speranza. Paolo nella seconda lettera ai Corinzi scriveva: «Da ricco che era, egli si è fatto povero per voi, perché voi diveniate ricchi della sua povertà» (8, 9). E S. Ambrogio nel suo commento al vangelo del Natale secondo Luca continuava: «Questa povertà è dunque il mio patrimonio, la debolezza del Signore è la mia forza. Egli ha preferito per sé l'indigenza per essere prodigo verso tutti. I pianti e i vagiti della sua infanzia mi purificano, le sue lacrime lavano le mie colpe».

 

24 In questa notte santa


Dicembre, il mese della santa festa / che ha fatto cristiane anche le nevi: / (ne parla il vento con sussurri brevi / ai sassi del ruscello, alla foresta). / Nel gran racconto, l'anima si desta / succhiando infanzia dai lontani evi. / (Le pievi ne discorrono alle pievi: / la terra tutta è un gran presepe in festa). / Nevica sui villaggi? Nelle veglie / le case tornano intime, sognanti; / le parole han riflessi di conchiglie. / Questa notte Gesù fa compagnia / al povero, al fringuello, al camminan­te l che come foglia fluttua per la via.

Nella notte in cui “Gesù fa compagnia al povero, al fringuello e al camminante”, nascendo in una mangiatoia, ultimo tra gli ultimi della terra, abbiamo voluto evocare questo tenero sonetto che Cesare Angelini, finissimo scrittore e sacerdote pavese, pubblicò nella raccolta lirica Autunno. La trasparenza dei versi e delle immagini invitano quasi solo all'ascolto, a far sì che «le parole abbiano riflessi di con­chiglie» nello spirito. Vento, neve, acque, boschi, villaggi, chiese, intimità familiari, solitudini e folle sembrano essere segnate da un'impronta diversa in questa notte, «la terra tutta è un gran presepe in festa». E quando, tra alcune ore, tutti insieme - anche se dispersi in luoghi diversi - ascolteremo quel «gran racconto» («In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra...»), sarà come «succhiare infanzia» e non semplicemente per motivi sentimentali ma perché l'anima diverrà più pura e più limpida. Conoscerà ancora il sapore della gioia, godrà ancora del gusto dell'attesa, sarà pervasa dal bisogno di amare, saprà ancora sperare, vedrà sbocciare la luce della fiducia. Sessant'anni prima di Angelini, nel 1899, un altro poeta di grande intensità, Carlo Betocchi scriveva: «...Nella tristezza dell'esistere, / sotto il notturno lembo del Natale, / ecco una luce che non ha l'eguale ... ».
Auguri a tutti non solo di «buon Natale», ma di un «Natale buono», luminoso di fede, santo di amore. Un Natale che ci faccia compagni dei «poveri, dei fringuelli e dei camminanti», ma anche di coloro che forse s'interrogano con le parole di Pasolini in una sua bella lirica intitolata Maria: «O gioia, gioia, gioia... / C'era ancora gioia/ in quest'umida notte / preparata per noi?».

 

25 Il pianto del bambino


Natale. Guardo il presepe scolpito, / dove sono i pastori appena giun­ti/ alla povera stalla di Betlemme. / Anche i Re Magi nelle lunghe vesti / salutano il potente Re del mondo. / Pace nella finzione e nel silenzio / delle figure di legno: ecco i vecchi / del villaggio e la stella che risplende, / e l'asinello di colore azzurro. / Pace nel cuore di Cristo in eterno; / ma non v'è pace nel cuore dell'uomo. / Anche con Cristo, e sono venti secoli, / il fratello si scaglia sul fratello. / Ma c'è chi ascolta il pianto del bambino / che morirà poi in croce fra due ladri?


È dalle Poesie, la raccolta mondadoriana del 1974, che traiamo questo Natale di Salvatore Quasimodo. Nobel 1959, morto a 67 anni nel 1968. Un testo immediato e tenero che si espande, però, in un in­terrogativo che colpisce le coscienze: Cristo è venuto invano? Sono già venti secoli che Dio e uomo si sono uniti in un perfetto abbraccio: eppure «non v'è pace nel cuore dell'uomo» e «il fratello si scaglia sul fratello». La venuta del Cristo segna una svolta nella storia ma la libertà dell'uomo si ostina a sottrarsi a quell'abbraccio.
Il pianto del piccolo Gesù, il suo lamento in croce, la sofferenza di tanti suoi fratelli continuano a cadere nel vuoto, a essere ignorati e persino derisi. Come scrive Qohelet, «ecco il pianto degli oppressi che non hanno chi li consoli; da parte dei loro oppressori sta la violenza, mentre per essi non c'è chi li consoli» (4, 1).
Celebrare il Natale non vuol dire solo preparare un bel presepe scolpito con i suoi pastori, coi Magi in lunghe vesti e una gioia celeste soffusa su tutta la scena. Vuol dire soprattutto «ascoltare il pianto del Bambino» e dei bambini vittime, vuol dire cercare la pace nel cuore e col prossimo. Altrimenti il Natale perde significato e si trasforma in giudizio, come scriveva una poetessa morta nel 1992 a cui abbiamo già fatto riferimento in passato, Margherita Guidacci: «In questi giorni in cui la terra stessa / assomiglia a una scena del Giudizio / a noi viene ricordato dall'altare / Colui che tornerà; non più fanciullo / per salvarci, ma adulto a giudicare / i vivi e i morti... / Allora voi
solamente, santi, / potrete osare di fissarlo».

 

15 Notte d'Avvento

 

 

Affascinate, cieli, con la vostra purezza queste notti d'inverno / e siate perfetti! / Volate più vive di fuoco, silenziose meteore, e sparite. / Tu, luna, sii lenta a tramontare, questa è la tua pienezza! / Affascinate con la vostra purezza queste notti di Avvento, / o sante sfere, / mentre le menti, docili come bestie, / stanno vicine, al riparo, nel dolce fieno, / e gli intelletti sono più tranquilli delle greggi / che pascolano alla luce delle stelle. / Oh, versate, cieli, la vostra luce sulle nostre / solenni vallate; e tu, viaggia come la Vergine gentile, / verso il maestoso tramonto dei pianeti, / o bianca luna piena, silente come Betlemme!

«Avvento» è il titolo di questa poesia immersa in una notte pura e trasparente d'inverno. L'ha scritta un autore mistico che fu popolare fino a qualche anno fa, Thomas Merton, nato nel 1915 nei Perinei da padre neozelandese e da madre americana, entrambi pittori, vis­suto negli USA soprattutto dopo essersi convertito al cristianesimo ed essersi fatto monaco, morto nel 1968.

Di lui molti nostri lettori ricorderanno romanzi come La montagna dalle sette balze, saggi come Semi di contemplazione e Nessun uomo è un'isola e raccolte di poesie come Un uomo nel mare diviso, da cui è tratto il nostro testo. I cieli, le meteore che volano «silenziose» nel firmamento cristallino, la luna piena, le stelle, il chiarore che pervade le gelide e purissime «notti d'Avvento»: è questo un orizzonte cosmico che si trasforma quasi in cattedrale.
In questa cornice sembra rinnovarsi il racconto antico: la luna, che viaggia nel cielo, sembra essere la Vergine incinta che cammina verso Betlemme, in attesa del grande evento.
E noi in preghiera siamo conquistati da questa bellezza e dal mistero che in essa si cela. Le nostre menti, i nostri pensieri sembrano placarsi sereni, simili ai greggi di quei pastori che tra poco ascolteranno il canto angelico.
Una pace sospirata ci pervade e ci fa vivere in attesa gioiosa durante le notti di Avvento, alle soglie di quella «notte santissima». «Dal letto della malattia, per il S. Natale del 1956» un altro poeta religioso, Clemente Rebora, cantava: «Nel bello radiante splendore /ogni uomo è fratello, / ogni cuore è ruscello / del bell'Amore regale: / ...tutti insieme in gioco giocondo festando / quali in gaudio rapiti figli di Dio... / fratelli di Gesù il Fedele».

16 Piange il bambino



Sola fra solitudini di campi / bianchi di neve è la capanna santa: / macchie di sangue sulla soglia stagnano, / lordan lo strame ove il Bambin in miseri / panni è deposto, e il manto di Maria. / Né campana rintocca, né parola / vibra nell'aria, né si scrolla ramo, / né passo entro la neve si sprofonda: / piange il Bambino, nel silenzio enorme, e non lo può la madre addormentare. / Piange: sì alto, che dal cielo gli angeli / scendono a lui, destando le campane... / e tutta la terra è una preghiera e un pianto.

Inizia oggi, secondo la tradizione popolare, la novena del Natale e noi l'abbiamo voluta scandire con questi versi di una poetessa ora un po' dimenticata, Ada Negri, nata a Lodi nel 1870 e morta a Milano nel 1945, la cui poesia ha attinto spesso ai temi degli affetti familiari, della gioia, del dolore, della solidarietà. La lirica porta il titolo «Natale di guerra» ed è tratta dalla raccolta Fons amoris, pubblicata postuma nel 1945.
La semplicità dei versi nasconde, però, una particolare intensità di significati.
Pensiamo a quelle «macchie di sangue» che stagnano sulla soglia della «capanna santa»: esse evocano non solo il martirio degli Innocenti ma riverberano già il sangue della croce. È noto, infatti, che i Vangeli dell'infanzia di Gesù non vogliono essere narrazioni «infantili» ma testi «adulti» nella fede: nei lineamenti del Bambino già emerge il volto del Cristo glorioso della Pasqua.
Pensiamo anche a quel silenzio che Ada Negri stende come un manto su Betlemme. È quasi il vuoto che l'umanità sperimenta dentro di sé; è l'assenza che tiene lontani da quella capanna gli uomini, immersi nelle cose, nelle preoccupazioni, negli egoismi; è l'incapacità di comunicare a un mondo ostile e a un cielo apparentemente muto e indifferente il proprio dolore e la gioia. Ma ecco che quel silenzio è squarciato da un vagito. È il Figlio di Dio che piange.
A quel pianto il cielo si apre e gli angeli scendono per destare nei secoli il suono delle campane, per raccogliere le implorazioni degli uomini e le loro sofferenze: ormai in esse risuona il pianto del Figlio di Dio, divenuto fratello dell'umanità.

17 ll catino per il sangue

La Vergine diceva lavando il Bambino; / «Una nuova spugna mi ci vuole / uno smaltato catino». / Ogni cosa a suo tempo, / fa il Gesù bambino, / la spugna per il fiele! / il catino per il sangue!

Max Jacob, a cui dobbiamo questi curiosi versi natalizi tratti dai Poèmes de Morven le Gaéligue, si era convertito al cristianesimo dall'ebraismo a 29 anni nel 1915, ritirandosi in un monastero
 benedettino sulla Loira. Questo, però, non impedirà il suo arresto e la morte in un lager nazista nel 1944.
Nella sua opera letteraria a momenti di ironico e amaro umorismo si alternano fasi di misticismo, a una maschera di satanismo si associa una forte ansia di santità.
Anche nel nostro brano si intrecciano due sentimenti contrastanti. Da un lato c'è la semplice e spontanea premura materna di Maria che desidererebbe avere per il suo piccolo un minimo di comodità con una «nuova spugna e uno smaltato catino» per lavarlo. Anche il vangelo di Luca, con una sola pennellata, mostra la tenerezza di Maria nei confronti del Bambino ricordando che, appena lo diede alla luce, «lo avvolse in fasce e lo depose nella mangiatoia» (2, 7).
Gesù, d'altro canto, appare già come il Cristo pasquale e nella spugna intuisce un segno di quella che gli porgeranno sulla croce per attenuare la sua sete e stordirlo e nel catino vede già colare il sangue della sua passione e morte.          .
Quest'altro aspetto, che connette il Natale alla Pasqua, è ben noto anche ai vangeli. Essi, infatti, nei lineamenti del piccolo Gesù fanno già balenare il volto del Cristo risorto attraverso una serie di ammiccamenti e di sottintesi simbolico-teologici.
La tradizione orientale aveva ben compreso questo legame tant'è vero che il titolo della festa del Natale nella liturgia delle Chiese d'Oriente è «Pasqua del Natale del Signore» e la scuola delle icone di Novgorod (xv sec.) raffigurava il Bambino in una culla o mangiatoia a forma di sepolcro.
Dobbiamo, perciò, spogliare il Natale da tanta retorica infantilistica e dalla melassa sentimental-commerciale per riportarlo al suo cuore spirituale autentico.
E’ l’ingresso di Dio nella storia in una forma piena e sconcertante: egli, infatti, non assume solo la gioia e la vita ma anche il dolore e la morte per cancellarli e salvarci.

 

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